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Zona franca di commento sociale, politico e culturale
Laurearsi è inutile. Lo insegna l'esperienza, non la Tv.
post pubblicato in Diario, il 12 settembre 2009


Se in Italia il laureato non ha futuro è colpa della televisione? Mi sembra una lettera superficiale di un problema serio e delicato che riguarda migliaia di giovani le cui speranze iniziali sono state barbaramente frustrate da una realtà cruda e ingiusta. La colpa non è della tv, che pure ci mette del suo, e vorrei dirlo in questo post con cognizione di causa. 

Nell’articolo "E Franceschini guarda Videocracy" di Aldo Cazzullo, pubblicato il 11/9/2009 sul Corriere della Sera, si parlava delle opinioni di Dario Franceschini riguardo al controverso film di Gandini e le responsabilità della televisione in merito allo scadimento morale e culturale del Paese.

Un passaggio del testo mi ha particolarmente stimolato. Cito fedelmente: “l’impatto del modello televisivo sui giovani (…) è devastante. Viene trasmessa l’idea che studiare e sacrificarsi sia del tutto inutile. Lo confermano i numeri: abbiamo la metà dei laureati rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna; e siamo sotto la metà della media Ue per i laureati di prima generazione. Anziché puntare su studio e lavoro, molti cercano la scorciatoia di un mondo della comunicazione e dello spettacolo dove non vale più la regola del talento ma quella della spregiudicatezza. Oppure si affidano alle reti di protezione sindacali, familiari, politiche”.

Da laureato, amico, parente e conoscente di tanti altri laureati, con la fortuna di svolgere una professione che mi pone in contatto frequente con questa realtà, devo dire di sentirmi sconcertato riguardo alla superficialità con cui la politica, trasversalmente, spesso affronta questo argomento. 

Premetto che condivido con convinzione le considerazioni di fondo espresse dal segretario del PD riguardo le responsabilità della televisione nello scadimento dei valori, dell’etica e dei costumi. La televisione ha certamente le sue responsabilità (molte) nella costruzione dei modelli sociali di riferimento nell’ambito dei quali crescono le nuove generazioni.

Vorrei però approfittare del passaggio che ho citato dall’articolo per fare una considerazione riguardo ad un argomento che difficilmente viene affrontato con una chiave di lettura basata sul vissuto concreto dei (pochi) laureati italiani.

A condizionare l’atteggiamento nei confronti dello studio non è il piccolo schermo bensì un mercato del lavoro drogato e asfittico, in cui domina la frustrazione piuttosto che la mobilità sociale e la serenità.

Lo dico in questo modo: laurearsi in Italia è inutile. Può sembrare una provocazione retorica, ma non è cosi. Chi ha una laurea in tasca e non è figlio di papà lo sa bene.

La realtà vissuta dai “cervelli di buone speranze” è quella di un mercato del lavoro che insegna una regola tanto cruda quanto ferrea: salvo pochissimi eletti dotati di conoscenze e reti sociali, politiche e sindacali idonee, il neo laureato ha poche chances di trovare un lavoro congruo con i propri studi. Pochissime di trovarlo sufficientemente retribuito. Quasi nulle di poterci costruire un progetto di vita. 

Laurearsi non è, insomma, una condizione di miglioramento della propria posizione sociale. Anzi, spesso è addirittura controproducente. Studiare per anni senza capitalizzazione degli investimenti fatti nel tempo (economici, sociali) alimenta resa e delusione, ma soprattutto di aver perso del tempo inutile, a scapito di altri percorsi che, magari meno “prestigiosi”, avrebbero consentito sorte migliore.

A distanza di due-tre anni dalla laurea, dopo percorsi accidentati, curricula inviati, colloqui, viaggi, l’ottimismo della volontà lascia il posto al pessimismo della ragione, e dell’esperienza: fare l’operaio, l’artigiano, lavorare in un supermercato, aprirsi una modesta attività commerciale avrebbero garantito redditi migliori, stabilità e avrebbero fatto risparmiare molti dei sacrifici sostenuti dalle famiglie e dagli studenti.

Mi chiedo: se il mercato del lavoro funzionasse, se fosse in grado di premiare chi studia e chi dedica anni di impegno a crescere le proprie conoscenze, se questi anni non fossero mortificati da una precarietà endemica sottopagata, davvero si inseguirebbe il sogno di fare il “tronista”, o il calciatore, o la velina, per sentirsi gratificati e riconoscere se stessi?

Aggiungo, inoltre, una riflessione: siamo sicuri che la riforma universitaria che ha introdotto le lauree triennali abbia favorito una crescita complessiva della preparazione dei nostri laureati? 

Parlo con esperienza diretta alla mano: i laureati sono statisticamente aumentati, ma la preparazione media generale è notevolmente diminuita, il bagaglio di conoscenza di partenza è fortemente impoverito rispetto ai loro colleghi “quinquennali” di un tempo. Non è un caso, quindi, che i più bravi e preparati vadano all’estero: perché dovrebbero restare, altrimenti?

Non è forse questo già un parametro di valutazione di una “politica della conoscenza” arretrata e fuori sintonia dalla realtà del vissuto delle persone?

Mio figlio ha tre anni. A Febbraio sarò padre di un secondo figlio. Io e mia moglie, laureati, "masterizzatI" e iper-specializzati, cosa dovremo consigliare loro?
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